In Luisa Solaro l’arte ed i soggetti ispirati principalmente ai ricordi di immagini vissute ed a ciò che, da sempre, colpisce la sua fantasia, sono una sicurezza costante nelle sue scelte di vita.
Per recuperare le proprie radici approfondisce il senso dei luoghi, del paesaggio, della terra e delle colline morbide e avvolgenti come un abbraccio.
Dal 1989 inizia ad avvicinarsi al pubblico con le prime mostre e partecipa a diversi incontri culturali.
Incantata dagli scorci storicamente tradizionali, protagonisti centrali della sua poetica, procede lungo tutto il cammino artistico scandagliando emozioni pervase da richiami letterari che, dopo il primo periodo di matrice figurativa classica, scaturiranno a volte in atmosfere chiariste, per giungere poi ad una maturità stilistica dominata da un segno più definito e spaziale, espressione di due allegorie: la terra e il cielo, contenitori di passato e di presente, realtà, sogno e memoria.
CINZIA TESIO
Storico dell’arte
Il lavoro di Luisa Solaro si configura nell’ambito di una ricerca spaziale ed architettonica lungo le cui direttrici si snoda un percorso denso di rimandi carichi di memoria cartacea e visiva insieme.
La propensione verso una scansionatura dello spazio ordinata, ci riporta talora verso tematiche decisamente paesaggistiche, vicino alle ricerche compiute intorno agli anni ’40 da Carlo Mattioli, in bilico tra il rimando figurativo classico e la ricerca spaziale condizionata. Ma nel lavoro della Solaro si instaura ben presto un equilibrio sicuro tra uno sfondo che è supporto e nello stesso tempo spazio mentale e una superficie misteriosa e galleggiante che diviene talora un paesaggio o un brandello di vita dipinto o slabbrato dal tempo. Riemerge così, dal magma inquieto di una base d’appoggio dorata o percorsa da nubi di fuliggine, un inserto di memoria dato da un foglio di diario o da una pagina strappata da una raccolta di ricordi che l’artista ha rinvenuto nella bancarella della memoria.
A gocce di colore denso e brillante che si allungano a formare gambi di arbusti o fiori o trittici di boccioli di rose, si alternano così inserti di una scrittura apparentemente facile da decifrare, simile ai crittogrammi di Henry Michaux, a quelle “taches” di matrice mistica e orientale che anche Charaka porta con sé da viaggi fisici e mentali compiuti nel subcontinente indiano e nel decorativismo prezioso e raffinato di questo mondo intriso di luci e trasparenze realiste. Un no-dripping sinuoso e sottile, talora quasi tagliente, percorre così le superfici curate delle sue tele nel tentativo di firmare e fermare nello stesso tempo quel processo creativo che talora conduce l’artista verso la creazione di paesaggi bloccati e poeticamente romantici: casolari “dorati” e cupole venezianeggianti, montagne umide e terragne vicine alle burcine di Lorenzo Delleani, o accumuli di visione, quasi dune di ricordi su divari a macchia, simili a rocce resistenti al tempo o all’acqua.
Si profila così un panorama variegato di opere pittoriche, sempre in bilico tra un decorativismo compiacente alla materia, ed alla visione. Un desiderio precipuo e costante di porre ordine ed equilibrio entro uno schema compositivo che guarda alla realizzazione di matrice subalpina e quasi “periferica” ed alla pittura come ad una forma meditativa e di materializzazione o visualizzazione del pensiero e della mente.
GIORGIO BARBERIS
Critico d’arte